In questa pagina verranno riportate alcune testimonianze di persone che ci racconteranno fatti, situazioni e curiosità riguardanti Cornaredo nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra. Iniziamo dai ricordi di Franco Radice che, dotato di una memoria di ferro, ci racconta la vita dei ragazzi di allora. Buona lettura!

FRANCO RADICE, CLASSE 1934, NATO NELLA "CURTA DI RADIS". FRANCO RADICE, CLASSE 1934, NATO NELLA "CURTA DI RADIS".

"  'L MARCANTONI "

 

" Quando eravamo ragazzi giocavamo per strada, nei campi o nei fossati e ci capitava spesso di procurarci delle dolorosissime storte: ora una mano, ora una caviglia, ecc. In questi casi gli anziani ci dicevano: " Va là, va là 'ndèl  Marcantoni a fal mèt a pòst! ".  Noi ubbidivamo e devo dire che, alla fine della manipolazione, facevamo ritorno a casa con la parte offesa rimessa a posto.

Quest' uomo di origine campana, forse napoletana, si chiamava Marcantonio e lavorava a San Siro, presso le scuderie. Si diceva che lì massaggiasse i cavalli da corsa, di conseguenza la gente pensava: " Se è in grado di rimettere in piedi i cavalli, sarà capace anche di accomodare i cristiani " e in effetti risolveva anche i nostri problemi.

Ricordo che si esprimeva solo nel suo dialetto. del quale noi non comprendevamo una sola parola, per questo motivo all'osteria qualcuno del paese lo prendeva un po' in giro ".

LE MINACCE DEL  " FRANCES ".

 

" In piazzetta Dugnani, al posto del palazzo ora esistente, c'era una casetta nella quale abitava un signore che tutti chiamavano "  'l Francés ". Non so se avesse veramente origini transalpine, comunque veniva chiamato in questo modo.

Quest'uomo aveva un podere che si affacciava sulla via Ghisolfa, come tanti altri poiché allora, a parte l'inizio della via nei pressi dell'incrocio, tutto il resto della lunga strada si inoltrava nei campi. All'interno del suo terreno vi era anche un ciliegio che dava dei frutti gustosissimi ed il proprietario, quando erano maturi, li sorvegliava giorno e notte per evitare le incursioni di eventuali profittatori. Noi ragazzi, che tenevamo d'occhio la situazione, c'eravamo accorti che " 'l Francés "  al pomeriggio schiacciava un pisolino all'interno del casotto situato tra le piante e ci preparammo all'azione. Un bel giorno, con le ciliegie mature al punto giusto, lasciammo che il proprietario si addormentasse e poi chiudemmo la porta del casolare bloccandola col catenaccio. Il "nostro" se ne accorse immediatamente ed iniziò ad inveire, ma con la porta bloccata non poté far niente per impedirci di salire sull'albero e farci una bella scorpacciata! Una volta riempito lo stomaco scendemmo dal ciliegio e uno di noi liberò il prigioniero, tirando un lungo fil di ferro che avevamo preventivamente legato al catenaccio, quindi scappammo per i campi.

Da quel giorno, ogni volta che imboccava la via Ghisolfa per recarsi al suo fondo e ci trovava seduti sul muretto nei pressi dell'incrocio, impugnando la roncola che teneva sempre appesa al rampino agganciato alla cintura, minacciava: " Io lo so che siete stati voi, appena ho le prove vi taglio la testa a tutti! ", poi riprendeva il suo cammino, inferocito. Noi ci guardammo bene dall'ammettere di essere i colpevoli perché, quella volta, dava l'impressione di non scherzare affatto, "" 'l Francés "!

 

IL RAGAZZO SENZA PAURA.

 

" Nella zona dove ora c'è il campo sportivo in tempo di guerra venne allestito un accampamento militare con tanto di recinzione, nel quale venivano custoditi muli, cavalli, munizioni ed attrezzature varie. Quando questi soldati se ne andarono in tutta fretta, abbandonarono una gran quantità di materiali di ogni genere. Sia noi ragazzi, sia gente più anziana, entrammo a curiosare alla ricerca di qualsiasi cosa si potesse portare a casa. Un giorno insieme a noi c'era anche un ragazzo di una dozzina d'anni che, mi pare, si chiamasse Luigi Airaghi, il quale trovato un ordigno inesploso iniziò a maneggiarlo: voleva smontarlo per vedere com'era fatto! Seppure giovanissimo, era un tipo che non conosceva la paura, non temeva niente e nessuno! Quella volta, però, rischiò troppo ed, inevitabilmente, dopo un po' che trafficava l'ordigno gli scoppiò tra le mani e venne investito in pieno dall'esplosione. Fu ricoverato all'ospedale, ma perse subito un occhio, mentre l'altro risultò lesionato seriamente; inoltre, aveva ferite su tutto il corpo. Nonostante tutto se la cavò e so che negli anni successivi, tramite un Istituto che si occupava dei mutilati, trovò lavoro come centralinista.

Precedentemente a questo fatto, mentre un giorno davamo l'assalto ad un albero di pere, si presentò all'improvviso il proprietario. Era un uomo anziano che, per spaventare gli uccelli ed impedire che beccassero i frutti delle sue piante, batteva con forza per terra un bastone cui, evidentemente, era stata applicata una piccola carica, provocando così uno scoppio e la conseguente fuga dei volatili. In seguito sostituì questo strano bastone con un fucile, caricato a sale, col quale sparava in aria un paio di colpi, sempre col medesimo scopo.

Come dicevo, quella volta l'uomo ci sorprese all'opera, ma noi svelti come gatti riuscimmo a svignarcela; tutti meno l'Airaghi che, dall'esterno del campo, invitammo ad imboscarsi in mezzo ad un cespuglio. Dotato del carattere che dicevo all'inizio, non volle ascoltarci e con uno scatto iniziò a correre a perdifiato. Il proprietario, imbracciato il fucile lasciò partire un colpo che centrò il fondoschiena del nostro compagno d'avventura. Non successe niente di grave, ma il sale fece il suo effetto e causò al ragazzo un bruciore tale che se ne ricordò per un bel po' di tempo! 

La sorte, però, non fu benigna con lui perchè so che morì in ancor giovane età".

LA SCUOLA E POI I PRIMI LAVORI.

 

Nonostante fosse in pieno svolgimento la Seconda Guerra Mondiale, le lezioni presso le Scuole Elementari si tennero regolarmente, o quasi. Capitava, infatti, che si dovesse abbandonare di corsa le aule e cercare di mettersi al sicuro all'avvicinarsi degli aerei "alleati". Ad ogni modo frequentai tutte le classi fino alla 5a, già in programma in quegli anni, anche se da poco; non sostenni, invece, gli esami finali poichè mi ero infortunato seriamente col carro. Per la sola classe 3a, venimmo traferiti in un locale del Comune nel quale eravamo sistemati uno addosso all'altro, stretti stretti, eravamo anche in molti: 34 alunni. L'insegnante era merdionale e per noi era la prima volta che ne vedevamo una di quelle parti d'Italia; parlava con un accento al quale non eravamo abituati e non capivamo nulla: invece di "quattro", diceva "quaccio". Fu l'unico anno scolastico in cui trovammo un'insegnante meridionale; per la classe successiva ritornammo anche nella nostre aule. Poco tempo dopo che ebbi terminata la scuola fu istituita la 6a classe; ricordo che un mio amico la frequentò. Per quei pochi che volevano, e potevano, proseguire gli studi, a Rho c'erano le Scuole Medie che, però, non erano servite dai mezzi pubblici; bisognava andarci a piedi o in bicicletta. Solo alcuni anni più tardi la " Società Rimoldi " organizzò una linea di trasporto passeggeri con proprie corriere.

Prima di elencare i vari lavori che ho svolto da ragazzo e poi da giovanotto devo dire che, fin da piccoli, in casa, nell'orto o nei campi, qualche cosa da fare c'era sempre anche per noi. Ci restava, come abbiamo visto, anche il tempo per combinare qualche marachella...

Venni assunto per la mia prima occupazione ufficiale a Milano, nell'anno 1946: non avevo ancora compiuto i 12 anni!  Il nostro era un laboratorio che collaborava col Mobilificio Campidoglio, che sorgeva nella zona del Giambellino; la nostra sede era in una stradina trasversale di via Savona ed eravamo in una quarantina di dipendenti. Lavoravamo il "crine" vegetale che si usava, e si usa, per le imbottiture di sedie, poltrone e divani; noi imbottivamo le poltroncine rosse che arredavano le carrozze di 1a classe dei treni. Il proprietario del laboratorio, già anziano, due anni più tardi lo chiuse.  

Terminata quell'esperienza  trovai lavoro a Novara, ma vi rinunciai presto perché, per poter fare una normale giornata lavorativa, dovevo alzarmi alle 5,30, andare in bicicletta a Rho, dove lasciavo il mezzo in deposito presso un bar, quindi prendere il treno per Novara; arrivavo a destinazione alle ore 8 passate. Alla sera poi, rientravo a casa alle 9! Come dicevo, dopo una settimana lasciai perdere.

In quegli anni il lavoro non mancava di certo e io, dopo la breve parentesi di Novara, venni assunto da un'impresa edile di Milano. Svolgevamo lavori di carpenteria e, in particolare, eravamo addetti alla costruzione dei ponteggi. Allora non esistevano ancora i tubi " Innocenti ", né tantomeno gli attuali cavalletti in metallo che si incastrano uno nell'altro; tutte le impalcature erano in legno. A volte, si doveva lavorare alla domenica per fare in modo che al lunedì mattina i muratori trovassero pronte le impalcature sulle quali potersi muovere e lavorare. Per andare e tornare da Milano ho usufruito anch'io, per qualche anno, del trenino che serviva la nostra zona: "  'l gamba de lègn ". A Cornaredo costeggiava la via Novara, alla periferia del paese, perciò, per poterlo prendere, dovevo fare mattina e sera una bella scarpinata. Tra l'altro, salivo sulla prima " corsa " del trenino, che da noi passava alle 6, bisognava perciò alzarsi dal letto di buon mattino! Questo lavoro, però, mi piaceva e sicuramente non mi mancavano né la forza, né la voglia di lavorare! "

 

 

LA PATRIA CHIAMA!

 

Passiamo ora ad un Franco, ormai giovanotto, alle prese coi doveri militari come tutti i suoi coetanei. La guerra, fortunatamente, era alle spalle da qualche anno.

 

" A vent'anni, nel 1954, fui convocato alla visita medica per il servizio militare con altri giovani della mia Leva. Ci recammo a Rho, dove il Comune aveva messo a disposizione dei locali adatti; alla fine della stessa venni rimandato a casa, in attesa dei famosi "Tre giorni". Coloro che, invece, avevano qualche problema fisico o di salute, venivano inviati all'Ospedale militare di Baggio per ulteriori approfondimenti.

Ogni classe allora era suddivisa in due scaglioni che in seguito diventeranno tre e la visita medica occuperà i primi giorni della "Visita di Leva". In pratica i giovani saranno chiamati una sola volta e non due, come si usava ai miei tempi.

Dopo circa un anno dalla visita medica venni chiamato, con i miei coscritti, al Distretto Militare di Milano, in via Vincenzo Monti. Per quest'obbligo, invece, mio cognato Luigi, che risiedeva a Pregnana Milanese, dovette recarsi al Distretto Militare di Monza. Naturalmente, nonostante i pochi soldi in tasca, per noi giovani questa era anche un'occasione per festeggiare con il cappellino ed il foulard dei coscritti! Comunque, terminati i "Tre giorni", me ne tornai al paese "Abile ed arruolato", in attesa di ricevere, alcuni mesi più tardi, la "Cartolina di Precetto".  La "ferma obbligatoria" era allora di 18 mesi.

La "Cartolina" arrivò regolarmente in casa Radice: partenza il 16 luglio 1956 e destinazione Fano, in provincia di Ancona, per il C.A.R. ( C.A.R. cioè, Centro Addestramento Reclute, dove si trascorrevano i primi mesi di naja e si svolgeva l'addestramento militare).

Finito il C.A.R. fui trasferito a Bologna, al 40° Rgt. Fanteria, dove mi trovai molto bene. La paga del soldato era di 110 lire giornaliere e veniva consegnata ogni 10 giorni con la famosa "decade"; avrei perciò dovuto ritirare ogni volta 1.100 lire, ma il maresciallo mi dava solo 1.000 lire perché sosteneva che c'era qualche danno da ripagare, solitamente un vetro rotto. Nonostante i soldi che io ed i miei commilitoni avevamo lasciato, il vetro suddetto, che era rotto al mio arrivo, tale era anche quando mi sono congedato...

I soldi in casa erano pochi così, quando tornavo in licenza, andavo a lavorare per un'impresa edile; parte della paga la consegnavo in casa e parte la tenevo per me.

Un giorno mi giunse da casa una lettera nella quale mi si informava che mio padre era seriamente ammalato, la mostrai ai miei superiori che mi concessero una licenza di una decina di giorni. Rientrato in caserma, dopo un po' di tempo, ritornai dai superiori con la medesima lettera, alla quale avevo stracciato un poco una piccola parte, in modo che non si leggesse la data: con questo piccolo strattagemma rimediai una nuova licenza. Come detto in precedenza, sia le due appena citate, che la licenza ordinaria di 15 giorni, che spettava a tutti i soldati, le trascorsi lavorando per racimolare qualche lira.

L'avventura militare terminò, con il relativo congedo, il 17 dicembre 1957, in anticipo sulla normale scadenza, per darmi modo di passare il Natale e le feste di fine anno a casa. 

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